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mercoledì 16 dicembre 2020

MELE D’ORO IN UN BIDONE PER LA LIBERTÀ – A CINQUANTA ANNI DALLA MISS AMERICA PROTEST

Uno dei “concorsi di bellezza” più antichi e celebri che si ricordino è certamente rappresentato dal noto mito greco della scelta di Paride e tu guarda un po’, tale frivola gara ebbe come conseguenza una guerra.

Tutto ebbe inizio per colpa di Eris, dea della discordia, la quale, non essendo stata invitata al banchetto che Zeus aveva disposto per il matrimonio di Peleo e Teti, scagliò sulla tavola imbandita una mela d’oro destinata alla più bella. Ben tre dee pretesero quello che è passato alla storia come pomo della discordia: Era, Atena e Afrodite, pronte a pagare qualsiasi prezzo e a mantenere qualsiasi genere di promessa prima, pronte ad inviare ogni sorta di punizione poi, qualora non avessero vinto il titolo di più bella fra le dee.

Gli anni passano, il mito diventa storia e nascono i primi concorsi di bellezza come li conosciamo noi oggi. Ad anticipare il concorso di Miss Italia, che vede ufficialmente la vita per la prima volta nel 1946, è Miss America, nato nel 1921, che offre borse di studio come premio per la prima classificata. Come era possibile che in un secolo così travagliato per la vita delle donne che ancora soffrivano della mancanza di diritti politici, sociali, morali e che vedevano la loro libertà ancora repressa qualcuno avesse pensato di crear loro dei concorsi di bellezza?

Con slogan che denunciano lo sfruttamento dell’immagine femminile voluta dai maschi, il 7 settembre del 1968 ad Atlantic City viene contestato il concorso annuale statunitense  da un gruppo di giovani attiviste conosciuto come New York Radical Women, fra cui Robin Morgan.

La marcia, che passerà alla storia con il nome di Miss America Protest, vide sfilare circa 400 donne che, a poco a poco, buttavano in un bidone detto Freedom Trash Can gli “strumenti di tortura femminile” come pentole, moci, stracci, bigodini, ciglia finte, tacchi alti, guaine, corsetti e reggiseni. Leggenda vuole, sebbene l’evento non sia mai accaduto poiché dichiarato pericoloso dalla polizia, che il contenuto di tali bidoni sia stato bruciato, creando con tale gesto un’analogia fra la protesta femminista e i manifestanti contro la guerra del Vietnam, iniziata ormai più di dieci anni prima, che bruciavano le loro carte da disegno. 

Il parallelismo piacque ad alcune attiviste tanto che nel decennio successivo si potrà parlare di mitizzazione del bra-burning non solo nei cortei ma anche nei college. Questo non fu l’unico punto che accomunò la protesta femminista e quella del Vietnam. Nel corso dell’anno precedente infatti la vincitrice del titolo fu spedita con la troupe per la prima volta  in Vietnam, sancendo così la militarizzazione della gara. Il viaggio fu giustificato per lo scopo da raggiungere – l’intrattenimento dei soldati ed il sostegno alle truppe – ma il vero fine agli occhi delle femministe furono i  discorsi di incoraggiamento ai figli, ai padri, ai mariti e ai fidanzati per fare in modo che potessero morire e uccidere con uno spirito meno negativo.  Non vi è bisogno alcuno di spiegare invece come l’immagine della reginetta di bellezza americana sarebbe stata utilizzata, subito dopo la vittoria, come sponsor di prodotti della stessa natura di quelli buttati nei Freedom Trash Can.


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dicembre 16, 2020 / by / 0 Comments

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