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sabato 8 giugno 2019

"Podrán cortar todas las flores, pero no podrán detener la primavera"


"Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera" 
Pablo Neruda

Non esistono più le mezze stagioni. Forse è proprio per questo motivo che quest’anno le rose del roseto comunale di Roma ci hanno messo tanto prima di sbocciare ed aprire i loro petali in tutta la loro bellezza e nei loro colori sgargianti.
Il giardino (neanche troppo) segreto nel cuore della città, fra il Circo Massimo ed il Lungotevere, alle pendici dell’Aventino e sulle rovine del Colle Palatino lungo la strada che porta al Giardino degli Aranci, da cui è anche possibile scorgere in lontananza i cavalli bronzei dell’Altare della Patria, chiuderà i suoi cancelli domenica prossima, 16 giugno, lasciando che i fiori possano dire addio a poco a poco alla loro vivacità lontano dagli occhi di chi ama vederli così sani e curati.


Il territorio che oggi costituisce il roseto ha una storia piuttosto travagliata e, per alcuni aspetti, anche dolorosa. Dopo essere stato ricoperto di vigne e coltivazioni, nel 1645, il territorio diviene prima orto e poi cimitero ebraico fino a quando, in pieno regime fascista, non fu richiesto alla comunità ebraica di donarlo alla città di Roma. Stando al piano regolatore che prevedeva un nuovo assetto di infrastrutture in vista del decennale della marcia su Roma, infatti, sarebbe dovuto diventare un parco. In cambio, però, veniva garantita alla comunità ebraica l’apertura di una nuova scuola per i loro bambini. Il lavori partirono e i resti degli ebrei sepolti vennero spostati nel ghetto: avendo, però, fretta di ultimare i lavori in vista del grande evento, si decise di far lavorare gli addetti anche il sabato così da far in modo di trasferire soltanto una minima parte dei resti del cimitero nel ghetto e di lasciare lì, nei punti più in basso del terreno, tutti gli altri.


Era il 1934 e da quel momento in poi tutto sarebbe cambiato: la scuola non verrà, infatti, costruita, il parco non verrà terminato e, anzi, quello spazio verrà utilizzato come orto di guerra fino ai primi anni Cinquanta quando, sotto il progetto della Contessa Mary Gailey Senni, una volta terminato il conflitto mondiale, divenne sede del roseto comunale e prese la forma che conosciamo noi adesso. Gli occhi più attenti, infatti, avranno notato che, in onore dell’antica appartenenza ebraica, non solo vi è una targa all’ingresso, ma anche i vialetti del roseto stesso che separano le aiuole con le rose da collezione formano una menorah, il candelabro a sette bracci, simbolo dell'Ebraismo. Da questa parte si trova la collezione di rose botaniche, antiche e moderne, per un totale di 1100 esemplari alcuni dei quali provenienti persino dalla Cina e dalla Mongolia. Nella seconda parte di roseto, al di là della via di Valle Murcia che fa da cesura all’intero roseto, si trovano, invece,  le vincitrici del premio annuale "Premio Roma" da quando il concorso è stato istituito e tutti quelle che partecipano durante l’anno in corso con tanto di targhetta identificativa a cui viene aggiunta anche la posizione raggiunta nell’interno della chermes.






Una chicca all’interno di questo posto magico e colorato è l’enorme cuore composto da rose rosa che si innalza fra gli esemplari della collezione all’interno del quale con un po’ di attenzione non è difficile scorgere una parte dell’Altare della Patria. Che sia per un pomeriggio romantico o fra amiche, per esercitarsi nel disegno o nella fotografia o semplicemente contemplare la meraviglia della natura che ci circonda e che si moltiplica in tante forme e colori uguali e diverse al tempo stesso: una passeggiata nel roseto comunale di Roma merita sempre, anche al termine di una primavera che non c’è.



giugno 08, 2019 / by / 0 Comments

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