Tête-à-tette. Indossiamo il seno contro il tumore

Il seno, come abbiamo già visto, è da sempre uno dei simboli rappresentativi delle donne. 

Le più scottanti manifestazioni femministe vedono come forma espressiva di protesta tutto ciò che ha a che fare con tale parte anatomica: dai reggiseno bruciati a quelli sganciati in piazza, tutto ruota intorno al seno. 


Proprio con l'immagine del seno Glimmed nel gennaio del 2017 ha iniziato quel percorso che gli frutterà tanto successo e che porterà l'azienda, nella primavera dell'anno successivo, ad iniziare una collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi.




Il marchio che contraddistingue Glimmed, due seni stilizzati disegnati con due archi all'insù  e un pallino per capezzolo, è stato modificato leggermente inserendo, al posto del pallino, un fiocco, simbolo della prevenzione, mentre tutto il disegno è stato realizzato necessariamente in rosa. Le vendite di tali magliette, essendo una limited edition, non si sarebbero dovute spingere oltre Luglio, ma grazie al successo ottenuto, sarà possibile acquistare i capi fino ad Ottobre.


Rispetto agli altri capi d'abbigliamento del brand, la maglietta per la Fondazione Umberto Veronesi risulta avere un prezzo più accessibile per permettere a tutti, non solo a personaggi del mondo dello spettacolo, di comprarla e, acquistandola, fare del bene investendo nella ricerca. 


Il pezzo arriva in una scatola tutta rosa con scritto in bianco il logo del brand. Al suo interno, oltre alla maglietta, trovate un paio di volantini in cui vengono motivate le ragioni per cui è importante fare le visite per la prevenzione del seno e vengono suggeriti hashtag e tag per condividere sui social scatti con indosso la maglietta, per sensibilizzare anche chi non necessariamente compirà l'acquisto alla prevenzione.




Perchè acquistarla. Ogni maglietta costa 35€, un prezzo facilmente accessibile, e l'intero ricavato verrà devoluto al progetto Pink Is Good per i tumori femminili. In cambio avrete un capo d'abbigliamento alla moda, esteticamente bello e di buona fattura. 

Dato che fare del bene non sottintende necessariamente una ricompensa, allego di seguito il link per le donazioni da cui è possibile selezionare cifra dai 15 euro fino a superare i 100., scegliendo la causale Pink Is Good nel caso della ricerca per i tumori femminili.

Ѐ doveroso ricordare, infine, che ogni anno esistono numerosi eventi per portarci a parlare e a sostenere la prevenzione, come la Race for The Cure che si tiene in diverse città italiane.
0

Di quando abbiamo buttato mele d'oro in un bidone. Cinquanta anni dalla Miss America Protest


Articolo scritto per CulturArte


La bellezza è un’idea che è sempre esistita e che si è sempre portata con sé due paradossali assiomi: il fatto che essa sia soggettiva e il fatto che sia possibile asserire, in maniera oggettiva, che una persona possa essere più bella di un’altra.

Il primo caso di elezione per la donna più bella, o semplicemente il primo di cui ho memoria, è rappresentato dall’evento mitologico sul giudizio di Paride.


E tu guarda un po’, tale frivola gara ebbe come conseguenza una guerra.
Tutto ebbe inizio per colpa di Eris, dea della discordia la quale, non essendo stata invitata al banchetto che Zeus aveva disposto per il matrimonio di Peleo e Teti, scagliò sulla tavola imbandita una mela d’oro destinata alla più bella. Ben tre dee pretesero quello che è passato alla storia come pomo della discordia: Era, Atena e Afrodite.  Pronte a pagare qualsiasi prezzo e a mantenere qualsiasi genere di promessa prima, pronte ad inviare ogni sorta di punizione poi qualora non avessero vinto il titolo di più bella fra le dee.
Gli anni passano, il mito diventa storia e nascono i primi concorsi di bellezza come li conosciamo noi oggi. Ad anticipare il concorso di Miss Italia, che vede ufficialmente la vita per la prima volta nel 1946, è Miss America, nata nel 1921, che offre borse di studio come premio per la prima classificata.
Come era possibile che in un secolo così travagliato per la vita delle donne che ancora soffrivano della mancanza di diritti politici, sociali, morali e che vedevano la loro libertà ancora repressa qualcuno avesse pensato di crear loro dei concorsi di bellezza?
Con slogan che denunciano lo sfruttamento dell’immagine femminile voluta dai maschi, il 7 settembre del 1968 ad Atlantic City viene contestato il concorso annuale statunitense  da un gruppo di giovani attiviste conosciuto come New York Radical Women, fra cui Robin Morgan.


La marcia, che passerà alla storia con il nome di Miss America Protest, vide sfilare circa 400 donne che, a poco a poco, buttavano in un bidone detto Freedom Trash Can gli “strumenti di tortura femminile” come pentole, moci, stracci, bigodini, ciglia finte, tacchi alti, guaine, corsetti e reggiseni. Leggenda vuole, sebbene l’evento non sia mai accaduto poiché dichiarato pericoloso dalla polizia, che il contenuto di tali bidoni sia stato bruciato a causa di un articolo pubblicato in un giornale locale. Un gesto del genere designava un’analogia fra la protesta femminista e i manifestanti contro la guerra del Vietnam, iniziata ormai più di dieci anni prima, che bruciavano le loro carte da disegno. Il parallelismo piacque ad alcune attiviste tanto che nel decennio successivo si potrà parlare di mitizzazione del bra- burning, non solo nei cortei ma anche nei college. Questo non fu l’unico punto che accomuna la protesta femminista e quella del Vietnam. Nel corso dell’anno precedente, infatti, la vincitrice del titolo fu spedita con la troupe per la prima volta  in Vietnam, sancendo così la militarizzazione della gara. Il viaggio fu giustificato per lo scopo da raggiungere _ l’intrattenimento dei soldati ed il sostegno alle truppe_ ma il vero fine agli occhi delle femministe furono i  discorsi di incoraggiamento ai figli, ai padri, ai mariti e ai fidanzati per fare in modo che potessero morire e uccidere con uno spirito meno negativo.  Non vi è bisogno alcuno di spiegare, invece, come l’immagine della reginetta di bellezza americana sarebbe stato utilizzato, subito dopo la vittoria, come sponsor di prodotti della stessa natura di quelli buttati nei Freedom Trash Can.

Numerosi gli opuscoli scritti e distribuiti in cui venivano messi nero su bianco concetti che già da troppo tempo erano evidenti nella società, non soltanto statunitense. Il fatto che i maschi, fin dalla più giovane età, fossero spinti a compiere azioni, mentre le femmine fossero limitate a vivere nel mondo delle apparenze è lampante tanto quanto deplorevole: ogni ragazzo poteva aspirare a diventare Presidente degli Stati Uniti, ogni ragazza a vincere Miss America, come se le due cariche fossero di pari valore.
Le dimostranti  si erano schierati contro il concorso per le ragioni più disparate. Dai criteri di valutazione di standard impossibili da raggiungere per vincere il titolo, al fatto che nessuna fra le prime classificate fosse appartenente ad un’etnia diversa da quella caucasica, per non parlare del fatto che tale rassegna non faceva altro che acuire quella che la Morgan definì “ l’imbattibile combinazione Madonna- Puttana” che tanto aveva fruttato a riviste come Playboy riassumibile nell’idea di bellezza innocente e allo stesso tempo abbastanza seducente da poter soddisfare la loro lussuria.

Per ogni determinato problema i manifestanti trovarono una soluzione: dall’elezione di un concorso parallelo chiamato Miss Black America  da parte di coloro che manifestavano contro il razzismo del concorso, all’elezione di una pecora come Miss America da parte di chi si schierava deliberatamente contro il concetto all’origine della rassegna, l’idea base che spinge tale spettacolo ad esistere, paragonando l’evento ad un’asta di bestiame.

Perché affannarsi tanto, quindi, per essere belle? Perché premiare la bellezza esteriore, effimera e priva di sostanza, con borse di studio utili e desiderabili da chiunque, base sicura per una vita tranquilla?

Meno famosa delle sorelle, Anne Brontë ci tramanda la sua idea sulla bellezza, adesso sta ad ognuno di noi riflettere sulla sua importanza.
È stupido desiderare la bellezza. Le persone di buon senso non la desiderano mai per se stesse o si curano che vi sia negli altri. Se la mente sarà ben coltivata, e il cuore ben disposto, nessuno si interesserà mai dell’aspetto esteriore.




0

E tra le rose lentamente risalire

La verità è che mi dispiacerebbe cancellare tutto, come se non fosse mai esistito. Le prime avventure con i bambini del centro estivo, i pareri all’acqua di rose gettati al vento nel turbinio del blog sui libri che leggevo. Le mostre che ho visitato con tanto di fotografie scattate ( male) con il cellulare del momento, le scelte sbagliate e le opinioni su cui adesso non converrei più. Non nascondo, però, che sarebbe allettante ricominciare dal nulla.

“Preferirei ricominciare
piano piano dalla base
e tra le rose lentamente risalire”

come diceva Silvestri in quello che forse è stato il suo successo maggiormente fittizio.

Quando ho iniziato a scrivere nel mio primo blog avevo qualcosa meno di sedici anni e stavo uscendo da una delle fasi più oscure della mia vita: scappavo da me stessa, dal mio giudizio e da quello degli altri su di me, sul mio carattere, sulla mia persona. Dopo un po’ decisi di abbandonare tutto, per poi riprendere, trasferendo alcuni post di cui ero particolarmente orgogliosa, in un nuovo blog: così è nato Bea with coffee.

I sedici anni, ormai, erano stati compiuti, ma poco cambiava in me. Ero soltanto consapevole di essere alla ricerca di qualcosa.
Oggi di anni ne ho 22 e, come è forse giusto che sia, quel fatidico qualcosa ancora mi sfugge, ma se avessi fatto anche solo un passo nella strada corretta da percorrere per raggiungerlo, sarei soddisfatta.

Pensare che questo blog sia vivo da così tanti anni e che io l’abbia nutrito così sporadicamente, un pochino mi demoralizza. Io però non mi arrendo mai ed ho pensato fosse giusto ricominciare da capo. Mettere un punto. Un nuovo inizio fra le cose vecchie.
Non eliminerò i vecchi post, dai contenuti talvolta frivoli e dalle fattezze, spesso, di un diario personale, ma farò in modo che l’occhio esterno possa non vederli. Quando avrò voglia, se ne avrò voglia, oltre a rileggerli potrò postarveli qua e là, ma per ora li tengo come ciò che sono: segni, appunti, pagine di un diario mai scritto che mi ha seguito in uno dei periodi più carichi di cambiamenti della mia vita.









0

copyright © . all rights reserved. designed by Color and Code

grid layout coding by helpblogger.com