LUSHatemi qui: evento di presentazione fra la collezione natalizia e l'impegno sociale


In quel di via del Corso, non molto distante da Piazza del Popolo, si trova un luogo incantato, regno di glitter, magia e dolcezza: Lush.



Proprio ieri, giovedì 22 Novembre, mi sono trovata, grazie all’invito di una mia cara amica, a partecipare quasi per caso all’evento di presentazione della nuova campagna natalizia di Lush in cui fragranze e colori si fondono con la tradizione e i profumi tipici di questo periodo dell’anno. Insieme a Beauty Guru del tubo e della stampa, online e non, mi sono fatta largo in un mondo che, a dir la verità, non frequentavo da un bel po’: è passato così tanto tempo dall’ultima volta in cui avevo messo piede nello store che ancora non lo avevo visto ingrandito, più luminoso e fornito.

Rapita da odori paradisiaci e colori sgargianti che inducono i clienti a lasciar fuori dalle porte del negozio ogni problema e preoccupazione, mi sono mimetizzata in questo gruppo di ragazze preparatissime sui prodotti e i loro benefici. Condotto da Serena e Carlotta, ribattezzate come le fantagenitrici con i capelli dipinti rispettivamente di verde e di rosa di questo viaggio, il gruppetto è entrato in contatto con edizioni limitate natalizie che ogni anno si riconfermano bestsellers del loro genere e con novità assolute avvolgenti al tatto e dai colori intensi.
Sensazionali sono le Jelly Bombs natalizie: un pancione rosso di Babbo Natale dalla consistenza davvero budinosa e un orsacchiotto tutto bianco, profumato e dalla consistenza più cremosa che ricorda i peluche di quando eravamo bambini. Dalla fragranza meno dolce e più speziata è l’olio corpo solido a forma di omino di pan di zenzero, con olio essenziale, naturalmente, di zenzero e di garofano, che al suo interno nasconde una polvere di brillantini.



La vera newentry di quest’anno, arrivata la mattina della nostra visita, è senza dubbio Goddess, una bomba da bagno dai colori tenui e rilassanti sul tono dei fiori di lavanda, il celeste fumo e l’argento. Ispirato alla divina Cleopatra, che si narra facesse il bagno immersa nel latte d’asina per rendere la pelle più morbida, una volta esplosa nella vostra vasca rilascerà preziosi e piacevolissimi glitter e un profumo delicato ma al contempo deciso, grazie alle fragranze di gelsomino e sandalo contenute al suo interno. Burri di cacao colombiano biologico e karité, olio di Argan: tutto curato da gruppi di donne del Ghana e del Marocco per salvaguardare l’ambiente e le comunità che abitano quei luoghi che alcuni considerano ancora oggi, nonostante la globalizzazione, troppo lontani.

Al di là delle scoperte di cosmetica, dalle altre bombe da bagno o da doccia glitterate e profumatissime ai prodotti agli scrub per le labbra, è proprio questo che più mi ha spinto a parlarvi di Lush: il concept dell’azienda.

Il nuovo restyling del negozio, una giungla con piante verdi che cadono dal soffitto e pareti da cui i prodotti coloratissimi fanno capolino come fossero animali tropicali rispecchia al massimo l’impegno e la consapevolezza etica di cui Lush si fa promoter. Come è possibile leggere dal sito, i prodotti sono 100% vegetariani non testati sugli animali e con ingredienti greenfriendly: ogni articolo, nel sito come in negozio, oltre a presentare una fantasiosa e accattivante descrizione, è affiancato dall’INCI in cui sono evidenziati prodotti davvero naturali e specificati quelli che, pur trattandosi di sostanze sintetiche, sono sicure. Per rendere il pianeta ancora più pulito, è fra i primi negozi di cosmetica ad aver introdotto il sistema di “riciclaggio confezione”. Non solo cerca di aggirare la presenza di plastiche con formulazioni solide dei prodotti, ma acquistando emulsioni e cosmetici fluidi, la volta successiva anziché comprare nuovamente contenitori di plastica che danneggiano l’ambiente, sarà possibile riempire quello che già abbiamo.

Come se non bastasse, questo weekend sabato 24 e domenica 25, il negozio si fa promotore di un splendida iniziativa per sostenere il  “Progetto Baobab” tramite l’acquisto crema per mani e corpo Charity Pot nei punti vendita di via del Corso e quello di Roma Trevi.
 






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Mi sono persa molto. // Dietland


Tutto ebbe inizio con Adamo ed Eva: una è concava, l’altro è convesso. Il convesso si comporta da convesso _uccide, accende i fuochi e via dicendo_ mentre la concava fondamentalmente socializza e comunica. Ah, e genera letteralmente persone.
Entrambi possiedono doti essenziali: hanno bisogno l’uno dell’altra.
C‘è da dire che alcune persone nascono concave ma con parti convesse o viceversa o senza nessuna di queste  parti in una gamma di splendidi colori e… ma sta diventando complicato. Diciamo solo che convessi equivale a “quelli che hanno il potere”, okay? Perché, come disse Maslow, dopo l’aria, il cibo e l’acqua la sicurezza è determinante, perciò la forza bruta si è rivelata essenziale per la sopravvivenza umana e per anni e anni abbiamo celebrato i convessi: lunga vita ai convessi! Finché qualcuno non inventò le macchine. Le macchine facevano molte delle cose che prima facevano i convessi, compreso uccidere le persone. Così di punto in bianco il potere del pene non venne più considerato essenziale e incontestabile. La novità non sfuggì alle concave che, a dirla tutta, si erano un po’ stancate di quel gran socializzare. Le concave ora pretendono di più: urlano di volere l’uguaglianza e denunciano tutte le bastardate compiute dai convessi nel corso degli anni. Così succede che alcuni dei convessi peggiori vengano condannati a riflettere sule malefatte compiute confinandoli in cima al loro iceberg personale dotato di tv via cavo e chef a cinque stelle. Che rivincita vero? Pensate che questa punizione produrrà dei cambiamenti duraturi? Ciò che cambia le cose è il potere: dipende da chi lo detenei e da come lo si usa.

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Tutto ebbe inizio con Adamo ed Eva. Vennero cacciati dal Paradiso e lei se ne prese la colpa: fu costretta a farlo.
La sicurezza era moneta sonante e i convessi ne avevano il monopolio, le concave ingoiarono il rospo e stettero al gioco finché alla fine non ce la fecero più: ne avevano abbastanza di quel mondo e lo distrussero.


Questo il discorso affrontato all’inizio e al termine dell’ottavo episodio di Dietland, una delle serie tv più piacevolmente contorte mai viste. Se tale affermazione può sembrare un ossimoro, guardando emergerà l’essere introspettiva e profonda senza risultare pesante.
Fin dall’inizio la sigla scorre sui disegni di un cartone animato in cui una figura femminile di donna in carne, creata sulle fattezze dell’attrice, inizia la scalata su una montagna di cibo, ma più si avvicina alla cima più perde peso, dimagrisce, deperisce e gradualmente si ingrigisce fino ad arrivare all’immagine di un personaggio malato, con volto scalato e pelle calante.
Un’immagine del genere fa pensare che tutta la serie TV verta su temi quali il binomio magrezza/grassezza o su problemi alimentari di vario tipo. La protagonista è Alicia Kettle conosciuta da tutti come Prugna perché esteriormente tonda e succulenta, grassa, come una prugna.

“Vi sto raccontando queste cose dal futuro, se ancora non lo avete capito. Sono sempre grassa: non è una di quelle storie a lieto fine. Il mio aspetto non è cambiato”


Lavora per una rivista femminile che ha come scopo quello di motivare fantastici giovani donne a diventare fantastiche giovani mogli. Il suo ruolo nella rivista è quello di rispondere alla posta del cuore indirizzata a Kitty Montgomery, volto della rivista e personificazione della donna perfetta con il suo fisico snello e la sua folta chioma rossa. Patologicamente obesa, Prugna segue una terapia di gruppo come supporto alla dieta in vista di un intervento che potrebbe cambiarle radicalmente l’aspetto e di conseguenza, la vita. È convinta che grazie a questo intervento le sue abitudini possano radicalmente cambiare facendola uscire da quella “scatola” in cui si sente intrappolata ora. Se di giorno è attenta al suo schema nutrizionale sgarrando per qualche biscotto, di notte è vittima di incubi in cui viene sovrastata da montagne di cibo che è invitata ad assaggiare da una voce provocante. Anche il suo lavoro inizia a piacerle sempre meno: ammette di non voler scrivere consigli vaghi per conto di qualcuno che non è lei a ragazze tristi che non conosce, ma essere una vera giornalista.


- Quanto tempo hai speso nel tentativo di migliorare il tuo aspetto esteriore?
- Non l’ho mai calcolato
- Le donne in media impiegano quasi un’ora al giorno per prepararsi, un anno nell’arco della vita, senza calcolare le diete e il disprezzo di sé
- Lo so ma è così che stanno le cose
- Chi l’ha detto? La Houstin? Houstin Media è parte di una complessa industria che produce insoddisfazione , una macchina dai profitti enormi. Loro ci spingono a pagare per dirci quanto siamo sbagliate e noi comprimo prodotti per migliorarci ma è tutto inutile perché c’è sempre qualcosa che non piace all’occhio del grande fratello che ci osserva e io dico ne ho abbastanza è ora di cambiare gioco.

Così scorre la vita di Prugna, fatta di rabbia repressa e desideri irrealizzabili, fino a quando non si accorge di essere seguita da una sconosciuta che sembra sapere davvero molto di lei e che la introdurrà in un gruppo di recupero nominato Calliope per donne che hanno subito ingiustizie, vittime di malattie o violenze verbali, fisiche, sessuali.
Nel frattempo, però, l’intera società è scossa da una serie di omicidi firmati Jennifer, un gruppo di guerrigliere femministe che organizza attentati punitivi contro figure maschili accusati di aver commesso violenze sulle donne o su personaggi femminili incolpati di aver svilito l’immagine femminile, come la pornodiva Stella Cross.
A causa della svolta che Prugna prova a dare alla sua vita dopo l’esperienza in Calliope che la porta ad aprire un blog in cui esprime le sue idee radicali sulla situazione femminile e il disagio verso il proprio corpo che la maggior parte delle donne ha, verrà accusata di essere una delle criminale di cui è composta Jennifer.

Ho imparato a vivere contando solo su me stessa. Il mio corpo era quella cosa che usavo solo per muovere la testa. Mi sono persa molto.

Al centro del complotto troviamo una Prugna rigenerata a causa di un cambiamento interiore. Nel corso della serie subisce angherie verbali per la sua condizione fisica davanti alla quale si sente piccola e impotente, è vittima di uno stupro, nessuno ha ancora posto fine alle sue mancanze di affetto, eppure la personalità che emerge è quella di una donna forte e sicura di sé.

Credo sia stata Margaret Atwood a dire che la più grande paura delle donne è essere uccise dagli uomini, mentre quella degli uomini è essere derisi. Io le avevo entrambe.




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Tête-à-tette. Indossiamo il seno contro il tumore

Il seno, come abbiamo già visto, è da sempre uno dei simboli rappresentativi delle donne. 

Le più scottanti manifestazioni femministe vedono come forma espressiva di protesta tutto ciò che ha a che fare con tale parte anatomica: dai reggiseno bruciati a quelli sganciati in piazza, tutto ruota intorno al seno. 


Proprio con l'immagine del seno Glimmed nel gennaio del 2017 ha iniziato quel percorso che gli frutterà tanto successo e che porterà l'azienda, nella primavera dell'anno successivo, ad iniziare una collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi.




Il marchio che contraddistingue Glimmed, due seni stilizzati disegnati con due archi all'insù  e un pallino per capezzolo, è stato modificato leggermente inserendo, al posto del pallino, un fiocco, simbolo della prevenzione, mentre tutto il disegno è stato realizzato necessariamente in rosa. Le vendite di tali magliette, essendo una limited edition, non si sarebbero dovute spingere oltre Luglio, ma grazie al successo ottenuto, sarà possibile acquistare i capi fino ad Ottobre.


Rispetto agli altri capi d'abbigliamento del brand, la maglietta per la Fondazione Umberto Veronesi risulta avere un prezzo più accessibile per permettere a tutti, non solo a personaggi del mondo dello spettacolo, di comprarla e, acquistandola, fare del bene investendo nella ricerca. 


Il pezzo arriva in una scatola tutta rosa con scritto in bianco il logo del brand. Al suo interno, oltre alla maglietta, trovate un paio di volantini in cui vengono motivate le ragioni per cui è importante fare le visite per la prevenzione del seno e vengono suggeriti hashtag e tag per condividere sui social scatti con indosso la maglietta, per sensibilizzare anche chi non necessariamente compirà l'acquisto alla prevenzione.




Perchè acquistarla. Ogni maglietta costa 35€, un prezzo facilmente accessibile, e l'intero ricavato verrà devoluto al progetto Pink Is Good per i tumori femminili. In cambio avrete un capo d'abbigliamento alla moda, esteticamente bello e di buona fattura. 

Dato che fare del bene non sottintende necessariamente una ricompensa, allego di seguito il link per le donazioni da cui è possibile selezionare cifra dai 15 euro fino a superare i 100., scegliendo la causale Pink Is Good nel caso della ricerca per i tumori femminili.

Ѐ doveroso ricordare, infine, che ogni anno esistono numerosi eventi per portarci a parlare e a sostenere la prevenzione, come la Race for The Cure che si tiene in diverse città italiane.
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Di quando abbiamo buttato mele d'oro in un bidone. Cinquanta anni dalla Miss America Protest


Articolo scritto per CulturArte


La bellezza è un’idea che è sempre esistita e che si è sempre portata con sé due paradossali assiomi: il fatto che essa sia soggettiva e il fatto che sia possibile asserire, in maniera oggettiva, che una persona possa essere più bella di un’altra.

Il primo caso di elezione per la donna più bella, o semplicemente il primo di cui ho memoria, è rappresentato dall’evento mitologico sul giudizio di Paride.


E tu guarda un po’, tale frivola gara ebbe come conseguenza una guerra.
Tutto ebbe inizio per colpa di Eris, dea della discordia la quale, non essendo stata invitata al banchetto che Zeus aveva disposto per il matrimonio di Peleo e Teti, scagliò sulla tavola imbandita una mela d’oro destinata alla più bella. Ben tre dee pretesero quello che è passato alla storia come pomo della discordia: Era, Atena e Afrodite.  Pronte a pagare qualsiasi prezzo e a mantenere qualsiasi genere di promessa prima, pronte ad inviare ogni sorta di punizione poi qualora non avessero vinto il titolo di più bella fra le dee.
Gli anni passano, il mito diventa storia e nascono i primi concorsi di bellezza come li conosciamo noi oggi. Ad anticipare il concorso di Miss Italia, che vede ufficialmente la vita per la prima volta nel 1946, è Miss America, nata nel 1921, che offre borse di studio come premio per la prima classificata.
Come era possibile che in un secolo così travagliato per la vita delle donne che ancora soffrivano della mancanza di diritti politici, sociali, morali e che vedevano la loro libertà ancora repressa qualcuno avesse pensato di crear loro dei concorsi di bellezza?
Con slogan che denunciano lo sfruttamento dell’immagine femminile voluta dai maschi, il 7 settembre del 1968 ad Atlantic City viene contestato il concorso annuale statunitense  da un gruppo di giovani attiviste conosciuto come New York Radical Women, fra cui Robin Morgan.


La marcia, che passerà alla storia con il nome di Miss America Protest, vide sfilare circa 400 donne che, a poco a poco, buttavano in un bidone detto Freedom Trash Can gli “strumenti di tortura femminile” come pentole, moci, stracci, bigodini, ciglia finte, tacchi alti, guaine, corsetti e reggiseni. Leggenda vuole, sebbene l’evento non sia mai accaduto poiché dichiarato pericoloso dalla polizia, che il contenuto di tali bidoni sia stato bruciato a causa di un articolo pubblicato in un giornale locale. Un gesto del genere designava un’analogia fra la protesta femminista e i manifestanti contro la guerra del Vietnam, iniziata ormai più di dieci anni prima, che bruciavano le loro carte da disegno. Il parallelismo piacque ad alcune attiviste tanto che nel decennio successivo si potrà parlare di mitizzazione del bra- burning, non solo nei cortei ma anche nei college. Questo non fu l’unico punto che accomuna la protesta femminista e quella del Vietnam. Nel corso dell’anno precedente, infatti, la vincitrice del titolo fu spedita con la troupe per la prima volta  in Vietnam, sancendo così la militarizzazione della gara. Il viaggio fu giustificato per lo scopo da raggiungere _ l’intrattenimento dei soldati ed il sostegno alle truppe_ ma il vero fine agli occhi delle femministe furono i  discorsi di incoraggiamento ai figli, ai padri, ai mariti e ai fidanzati per fare in modo che potessero morire e uccidere con uno spirito meno negativo.  Non vi è bisogno alcuno di spiegare, invece, come l’immagine della reginetta di bellezza americana sarebbe stato utilizzato, subito dopo la vittoria, come sponsor di prodotti della stessa natura di quelli buttati nei Freedom Trash Can.

Numerosi gli opuscoli scritti e distribuiti in cui venivano messi nero su bianco concetti che già da troppo tempo erano evidenti nella società, non soltanto statunitense. Il fatto che i maschi, fin dalla più giovane età, fossero spinti a compiere azioni, mentre le femmine fossero limitate a vivere nel mondo delle apparenze è lampante tanto quanto deplorevole: ogni ragazzo poteva aspirare a diventare Presidente degli Stati Uniti, ogni ragazza a vincere Miss America, come se le due cariche fossero di pari valore.
Le dimostranti  si erano schierati contro il concorso per le ragioni più disparate. Dai criteri di valutazione di standard impossibili da raggiungere per vincere il titolo, al fatto che nessuna fra le prime classificate fosse appartenente ad un’etnia diversa da quella caucasica, per non parlare del fatto che tale rassegna non faceva altro che acuire quella che la Morgan definì “ l’imbattibile combinazione Madonna- Puttana” che tanto aveva fruttato a riviste come Playboy riassumibile nell’idea di bellezza innocente e allo stesso tempo abbastanza seducente da poter soddisfare la loro lussuria.

Per ogni determinato problema i manifestanti trovarono una soluzione: dall’elezione di un concorso parallelo chiamato Miss Black America  da parte di coloro che manifestavano contro il razzismo del concorso, all’elezione di una pecora come Miss America da parte di chi si schierava deliberatamente contro il concetto all’origine della rassegna, l’idea base che spinge tale spettacolo ad esistere, paragonando l’evento ad un’asta di bestiame.

Perché affannarsi tanto, quindi, per essere belle? Perché premiare la bellezza esteriore, effimera e priva di sostanza, con borse di studio utili e desiderabili da chiunque, base sicura per una vita tranquilla?

Meno famosa delle sorelle, Anne Brontë ci tramanda la sua idea sulla bellezza, adesso sta ad ognuno di noi riflettere sulla sua importanza.
È stupido desiderare la bellezza. Le persone di buon senso non la desiderano mai per se stesse o si curano che vi sia negli altri. Se la mente sarà ben coltivata, e il cuore ben disposto, nessuno si interesserà mai dell’aspetto esteriore.




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E tra le rose lentamente risalire

La verità è che mi dispiacerebbe cancellare tutto, come se non fosse mai esistito. Le prime avventure con i bambini del centro estivo, i pareri all’acqua di rose gettati al vento nel turbinio del blog sui libri che leggevo. Le mostre che ho visitato con tanto di fotografie scattate ( male) con il cellulare del momento, le scelte sbagliate e le opinioni su cui adesso non converrei più. Non nascondo, però, che sarebbe allettante ricominciare dal nulla.

“Preferirei ricominciare
piano piano dalla base
e tra le rose lentamente risalire”

come diceva Silvestri in quello che forse è stato il suo successo maggiormente fittizio.

Quando ho iniziato a scrivere nel mio primo blog avevo qualcosa meno di sedici anni e stavo uscendo da una delle fasi più oscure della mia vita: scappavo da me stessa, dal mio giudizio e da quello degli altri su di me, sul mio carattere, sulla mia persona. Dopo un po’ decisi di abbandonare tutto, per poi riprendere, trasferendo alcuni post di cui ero particolarmente orgogliosa, in un nuovo blog: così è nato Bea with coffee.

I sedici anni, ormai, erano stati compiuti, ma poco cambiava in me. Ero soltanto consapevole di essere alla ricerca di qualcosa.
Oggi di anni ne ho 22 e, come è forse giusto che sia, quel fatidico qualcosa ancora mi sfugge, ma se avessi fatto anche solo un passo nella strada corretta da percorrere per raggiungerlo, sarei soddisfatta.

Pensare che questo blog sia vivo da così tanti anni e che io l’abbia nutrito così sporadicamente, un pochino mi demoralizza. Io però non mi arrendo mai ed ho pensato fosse giusto ricominciare da capo. Mettere un punto. Un nuovo inizio fra le cose vecchie.
Non eliminerò i vecchi post, dai contenuti talvolta frivoli e dalle fattezze, spesso, di un diario personale, ma farò in modo che l’occhio esterno possa non vederli. Quando avrò voglia, se ne avrò voglia, oltre a rileggerli potrò postarveli qua e là, ma per ora li tengo come ciò che sono: segni, appunti, pagine di un diario mai scritto che mi ha seguito in uno dei periodi più carichi di cambiamenti della mia vita.









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