DONNE. Corpo e immaginazione tra simbolo e rivoluzione

Oggi, 10 novembre, è l’ultimo giorno utile per visionare la mostra "Donne. Corpo e immaginazione tra simbolo e rivoluzione" ospitata alla Galleria d’Arte Moderna di Roma."

Il percorso, interessante e variegato, vuole riscoprire la storia artistica del genere femminile partendo dagli inizi del Novecento fino alla fine degli Anni 70, periodo significativo di cesura con il passato grazie alla cosiddetta seconda ondata di femminismo.



Partendo dal primo piano della sede museale il visitatore ha il modo di esplorare la realtà sociale e storica della donna la quale, da oggetto artistico, diviene protagonista della sua stessa arte e della sua vita inseguendo un climax crescente mano a mano che sale verso il punto più alto dell'edificio, riservato alle grafiche delle lotte femministe degli Anni 70.

Nella prima parte del percorso viene analizzato il personaggio femminile così come lo era nella fine dell’Ottocento e inizio Novecento soprattutto in Europa continentale e in Italia: delle varie lotte oltremanica di quello stesso periodo, ad esempio, non viene fatta menzione alcuna.
La donna di cui si tratta, per lo più italiana, è spesso soggetto di quadri di cui lei stessa non sa di essere protagonista. Talvolta modella a tutti gli effetti in altre circostanze è, invece, una madre, una sorella o un'amante dell'artista che si presta a divenire sua musa. 
L'immagine che ne deriva può essere un ruolo artistico e sessualizzato in maniera indissolubile, spesso anche a causa della scelta di operare e trattare l’immagine con il nudo della donna scoprendola delle sue vesti e lasciarla, davanti agli occhi del pittore o dello scultore o davanti all'obbiettivo del fotografo, inerme in alcuni casi e inspiegabilmente a proprio agio e sicura di sé in altri.


Un altro dei punti cardini che viene preso, analizzato e rivisitato nel corso della mostra è il ruolo della donna madre: nonostante la voglia di riscossa di cui leggiamo fra le righe in ogni sezione, il sentimento che si percepisce guardando la madre è sempre, ad eccezione di alcuni rari casi, quello di amore e comprensione. La voglia di andare oltre i propri ruoli stabiliti dalla società viene resa protagonista in una nuova sezione in cui lo sguardo della donna su se stessa, sul mondo e sull'interlocutore che ha davanti.





L'apice della mostra appare poco prima di arrivare alla conclusione della visita: esperienze grafiche sulle grandi riunioni dell'UDI, Unione delle Donne Italiane; manifesti informativi a sostegno dell'aborto legalizzato o di protesta, come nel caso dell'ode di vicinanza per Giorgiana Masi, studentessa italiana uccisa nel 1977 durante una manifestazione. 

Una volta attraversato il corridoio che riporta i manifesti attaccati sul muro, come se stessimo attraversando una vera strada qualsiasi in città, si sfocia in una nuova sala in cui, conservate in teche di vetro, vengono esposti volantini, riviste e opuscoli, come Noi Donne o Effe. Fra questi ultimi un pezzo che per molte delle donne che hanno visionato la mostra a partire fino ad oggi forse è stato un oggetto di vita quotidiana o esperienza personale, mentre per me è già un piccolo reperto storico: il libretto "Sputiamo su Hegel" scritto da Carla Lonzi nel 1970, quando tutto ebbe inizio.



Il punto forte è, senza dubbio, un video di pochi minuti che ripercorre tutta la storia femminile del Novecento in pillole, dai canti delle mondine alla consegna della fede nuziale durante il Ventennio fascista, dall'ingresso nel mondo del lavoro alle rivolte delle giovani studentesse post Sessantotto: un'emancipazione che si riflette nello stile di vestirsi e di truccarsi e nel modo di guardare e guardarsi. Un'emancipazione che, soprattutto, non può concludersi qui.
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Le persone negative ci divorano il cuore, le positive lo nutrono: come distinguerle nella vita di tutti i giorni

Non sono perfette, ma ci aiutano a rendere la nostra vita sociale molto vicina alla perfezione: sono le persone positive che, con i loro pregi e i loro difetti, ci aiutano a far emergere la versione migliore di noi stessi, senza sforzo.

Come possiamo distinguere le persone più positive per noi nel marasma di conoscenze che abbiamo? Le caratteristiche comuni più o meno a tutte le persone di questo genere sono nel loro carattere: empatico, altruista e sincero, sono abbastanza maturi da poter rispettare le tue idee anche quando non le condividono, conoscono se stessi abbastanza da poter esprimere in circostanze diverse le proprie opinioni, da capire le proprie emozioni e da saper scegliere ciò che è meglio per loro. La conoscenza di sé e il coraggio che le contraddistinguono fanno in modo che si possano mostrare esattamente come sono in realtà, senza maschere e finzioni. Persone autentiche fanno relazioni autentiche.

Il rapporto che si crea con questo tipo di individui è alla pari, non si innesca mai una specie di dipendenza o sudditanza: quando cammino con una persona positiva non ci troviamo mai un passo avanti o uno indietro, ma procediamo sempre fianco a fianco per la nostra strada. È l’autonomia che ci mantiene vivi e positivi: venuto meno qualsiasi rapporto di dipendenza con l’altro è necessario alimentare le nostre passioni, i nostri impegni e i nostri interessi rinunciando alle persone negative qualora rappresentassero un ostacolo alla nostra felicità. Attenzione, però, allo stesso modo camminare insieme, allo stesso passo, vuol dire non solo circondarsi di persone positive, ma anche diventare una di esse: anche noi, pertanto, dobbiamo iniziare a conoscere noi stessi e a illuminare gli angoli bui del nostro passato e della nostra mente, ragionando su possibili soluzioni. Una volta capito il nostro ruolo nella relazione e visto il progresso di essa possiamo capire se è abbastanza sana da farci del bene o così nociva da toglierlo: nel secondo caso, naturalmente, la cosa migliore da fare è lasciar perdere la negatività e cercare di trovare di meglio, cambiando noi stessi o altrove.

Nella foto io già visibilmente nutrita mentre vengo colta con la forchetta nella tartare. Nutrita e felice.


È sulle relazioni che coinvolgono persone positive che si gettano le basi per una vita serena e tranquilla: persino lo studio di Neva Millic e Ana Maria Aron, professoresse di psicologia presso l'Università Cattolica del Cile, afferma che le persone positive costituiscano le basi per un ambiente sano e favorevole all’apprendimento e il principio da cui partire per ottenere relazioni interpersonali sane. Soltanto questo genere di relazioni, infatti, mantengono viva la nostra armonia interiore e la nostra libertà, ci permettono di risolvere i problemi più facilmente perché ci spingono ad analizzare il mondo e ciò che ci accade con la giusta ragionevolezza. Persone nocive possono intessere soltanto relazioni malate e favoriscono un ambiente negativo, sono quelle positive con cui possiamo creare rapporti sani che nutrono il nostro cuore e la nostra anima a rendere la nostra vita migliore.


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"Podrán cortar todas las flores, pero no podrán detener la primavera"


"Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera" 
Pablo Neruda

Non esistono più le mezze stagioni. Forse è proprio per questo motivo che quest’anno le rose del roseto comunale di Roma ci hanno messo tanto prima di sbocciare ed aprire i loro petali in tutta la loro bellezza e nei loro colori sgargianti.
Il giardino (neanche troppo) segreto nel cuore della città, fra il Circo Massimo ed il Lungotevere, alle pendici dell’Aventino e sulle rovine del Colle Palatino lungo la strada che porta al Giardino degli Aranci, da cui è anche possibile scorgere in lontananza i cavalli bronzei dell’Altare della Patria, chiuderà i suoi cancelli domenica prossima, 16 giugno, lasciando che i fiori possano dire addio a poco a poco alla loro vivacità lontano dagli occhi di chi ama vederli così sani e curati.


Il territorio che oggi costituisce il roseto ha una storia piuttosto travagliata e, per alcuni aspetti, anche dolorosa. Dopo essere stato ricoperto di vigne e coltivazioni, nel 1645, il territorio diviene prima orto e poi cimitero ebraico fino a quando, in pieno regime fascista, non fu richiesto alla comunità ebraica di donarlo alla città di Roma. Stando al piano regolatore che prevedeva un nuovo assetto di infrastrutture in vista del decennale della marcia su Roma, infatti, sarebbe dovuto diventare un parco. In cambio, però, veniva garantita alla comunità ebraica l’apertura di una nuova scuola per i loro bambini. Il lavori partirono e i resti degli ebrei sepolti vennero spostati nel ghetto: avendo, però, fretta di ultimare i lavori in vista del grande evento, si decise di far lavorare gli addetti anche il sabato così da far in modo di trasferire soltanto una minima parte dei resti del cimitero nel ghetto e di lasciare lì, nei punti più in basso del terreno, tutti gli altri.


Era il 1934 e da quel momento in poi tutto sarebbe cambiato: la scuola non verrà, infatti, costruita, il parco non verrà terminato e, anzi, quello spazio verrà utilizzato come orto di guerra fino ai primi anni Cinquanta quando, sotto il progetto della Contessa Mary Gailey Senni, una volta terminato il conflitto mondiale, divenne sede del roseto comunale e prese la forma che conosciamo noi adesso. Gli occhi più attenti, infatti, avranno notato che, in onore dell’antica appartenenza ebraica, non solo vi è una targa all’ingresso, ma anche i vialetti del roseto stesso che separano le aiuole con le rose da collezione formano una menorah, il candelabro a sette bracci, simbolo dell'Ebraismo. Da questa parte si trova la collezione di rose botaniche, antiche e moderne, per un totale di 1100 esemplari alcuni dei quali provenienti persino dalla Cina e dalla Mongolia. Nella seconda parte di roseto, al di là della via di Valle Murcia che fa da cesura all’intero roseto, si trovano, invece,  le vincitrici del premio annuale "Premio Roma" da quando il concorso è stato istituito e tutti quelle che partecipano durante l’anno in corso con tanto di targhetta identificativa a cui viene aggiunta anche la posizione raggiunta nell’interno della chermes.






Una chicca all’interno di questo posto magico e colorato è l’enorme cuore composto da rose rosa che si innalza fra gli esemplari della collezione all’interno del quale con un po’ di attenzione non è difficile scorgere una parte dell’Altare della Patria. Che sia per un pomeriggio romantico o fra amiche, per esercitarsi nel disegno o nella fotografia o semplicemente contemplare la meraviglia della natura che ci circonda e che si moltiplica in tante forme e colori uguali e diverse al tempo stesso: una passeggiata nel roseto comunale di Roma merita sempre, anche al termine di una primavera che non c’è.



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Di sana e robusta


Oggi è domenica 2 Giugno 2019. Esattamente settantadue anni fa, nel 1947, in Italia veniva istituzionalizzata la Festa della Repubblica. Da bambina il ricordo che ho del 2 Giugno è gioioso: le parate in centro a Roma, tutti in divisa che correvano e poi con gli sguardi verso l’alto ad osservare il passaggio delle frecce tricolore. Se mi sforzo di più, fra i ricordi sbiaditi vedo il presidente Ciampi che mi saluta con la mano, ma io a malapena so chi è. Vedo la mamma e il babbo, più giovani di ora e vedo anche molti anzianotti felici e sereni, perché loro c’erano quando c’era anche un lui che sento nominare spesso, ma che per me ancora non ha assunto un volto. C’erano quando “si stava meglio quando si stava peggio”, ma stavolta nessuno si sente di dirlo: si stava peggio e basta.  C’era la cattiveria e c’era il coprifuoco, tutte le cose che ora sono arrivate dagli altri Paesi, allora non sempre c’erano. Mancava anche la libertà, perché quel lui di cui parlavano poco prima aveva tolto anche quella.


Oggi è domenica 2 Giugno 2019. Esattamente una settimana fa, il 26 Maggio, in Italia i cittadini si recavano alle urne per le elezioni europee. Oggi ho ventitré anni e il ricordo che avrò di questa giornata, ma soprattutto delle ore che hanno seguito la chiusura dei seggi, sarà forse più nitido, ma meno gioioso. Il primo partito in Italia è quello di Salvini che probabilmente a quel lui di cui parlavo prima piacerebbe assomigliare e, nel caso in cui non dovesse essere così non importa, perché inevitabilmente, di fatto, gli somiglia. C’è la cattiveria, ma manca il coprifuoco, tutte le cose che arrivano ora dagli altri Paesi ci sono sempre, ma le persone, che non sono cose, non possono arrivare perché lui, quello di adesso, non vuole accoglierle e preferisce che restino “a casa loro”. Non manca ancora la libertà, ma ci sta venendo sottratta a poco a poco: basta voltarsi per un momento, magari verso le frecce tricolore che continuano a squarciare il cielo e ci verrà rubata anche quella.

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Noccioline. || #Sproloquidaisocial sull'anno appena passato e quello che verrà.

Mentre voi tutti condividete le vostre migliaia di stories con il best del #2018 ( non lo sapete che le persone cliccano lo schermo per scorrere e se ne fregano?

Scusate se vi ho rovinato la favola che vi vedeva reginette influencer), a me che ho avuto un anno non eccessivamente stupendo è bastato un unico post con poche foto ( che comunque non vedranno tutti). 


È stato un 2018 pesante, ma la cosa più strana è che se ci penso mi sono rimasti in mente soltanto i momenti più felici: dal primo invito stampa alle interviste a Firenze, dai tragitti in treno guardando fuori dal finestrino ai miei bambini adorati. 


A qualche ora da questo prossimo inizio mi auguro di poter sempre continuare così: anche se a volte mi perdo e mi vedo un po' sfocata nel mondo, mi auguro di trovare sempre una cupola di Brunelleschi alla fine del mio percorso.






Qualche sera fa ero intenta e concentratissima nell'arte di sgusciare frutta secca ed è stato in quel momento che ho avuto un'illuminazione: niente foto di fuochi d'artificio o con il maglioncino rosso per questo Capodanno. 

Stavolta va così: due ciotoline e una filosofia di vita. 

Da una parte, in quella arancione ci sono gusci e involucri vari mentre nella blu l'interno di quei gusci costituito da noci, mandorle, pistacchi e noccioline: da una parte il lavoro, dall'altra il risultato. Fin da quando sono piccola sono stata abituata a pensare che per ottenere validi risultati occorra sacrificio, impegno e perseveranza: prima il dovere e poi il piacere, insomma. Negli ultimi quattro anni circa, per cercare di coronare i miei vari obiettivi ho lavorato duro, quasi sempre, concedendomi solo raramente qualche svago. Ho solo sgusciato e ripulito la frutta secca, senza quasi mai spizzicare un po' nel corso del lavoro. Oggi sono qui ad augurare a tutti voi un 2019 radioso con il proposito di continuare a riempire con lo stesso spirito, testardo e ambizioso, la ciotolina arancione, ma mangiando un maggior numero di noccioline lungo il cammino. 





"La meta è partire" 🚀

Giuseppe Ungaretti
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LUSHatemi qui: evento di presentazione fra la collezione natalizia e l'impegno sociale


In quel di via del Corso, non molto distante da Piazza del Popolo, si trova un luogo incantato, regno di glitter, magia e dolcezza: Lush.



Proprio ieri, giovedì 22 Novembre, mi sono trovata, grazie all’invito di una mia cara amica, a partecipare quasi per caso all’evento di presentazione della nuova campagna natalizia di Lush in cui fragranze e colori si fondono con la tradizione e i profumi tipici di questo periodo dell’anno. Insieme a Beauty Guru del tubo e della stampa, online e non, mi sono fatta largo in un mondo che, a dir la verità, non frequentavo da un bel po’: è passato così tanto tempo dall’ultima volta in cui avevo messo piede nello store che ancora non lo avevo visto ingrandito, più luminoso e fornito.

Rapita da odori paradisiaci e colori sgargianti che inducono i clienti a lasciar fuori dalle porte del negozio ogni problema e preoccupazione, mi sono mimetizzata in questo gruppo di ragazze preparatissime sui prodotti e i loro benefici. Condotto da Serena e Carlotta, ribattezzate come le fantagenitrici con i capelli dipinti rispettivamente di verde e di rosa di questo viaggio, il gruppetto è entrato in contatto con edizioni limitate natalizie che ogni anno si riconfermano bestsellers del loro genere e con novità assolute avvolgenti al tatto e dai colori intensi.
Sensazionali sono le Jelly Bombs natalizie: un pancione rosso di Babbo Natale dalla consistenza davvero budinosa e un orsacchiotto tutto bianco, profumato e dalla consistenza più cremosa che ricorda i peluche di quando eravamo bambini. Dalla fragranza meno dolce e più speziata è l’olio corpo solido a forma di omino di pan di zenzero, con olio essenziale, naturalmente, di zenzero e di garofano, che al suo interno nasconde una polvere di brillantini.



La vera newentry di quest’anno, arrivata la mattina della nostra visita, è senza dubbio Goddess, una bomba da bagno dai colori tenui e rilassanti sul tono dei fiori di lavanda, il celeste fumo e l’argento. Ispirato alla divina Cleopatra, che si narra facesse il bagno immersa nel latte d’asina per rendere la pelle più morbida, una volta esplosa nella vostra vasca rilascerà preziosi e piacevolissimi glitter e un profumo delicato ma al contempo deciso, grazie alle fragranze di gelsomino e sandalo contenute al suo interno. Burri di cacao colombiano biologico e karité, olio di Argan: tutto curato da gruppi di donne del Ghana e del Marocco per salvaguardare l’ambiente e le comunità che abitano quei luoghi che alcuni considerano ancora oggi, nonostante la globalizzazione, troppo lontani.

Al di là delle scoperte di cosmetica, dalle altre bombe da bagno o da doccia glitterate e profumatissime ai prodotti agli scrub per le labbra, è proprio questo che più mi ha spinto a parlarvi di Lush: il concept dell’azienda.

Il nuovo restyling del negozio, una giungla con piante verdi che cadono dal soffitto e pareti da cui i prodotti coloratissimi fanno capolino come fossero animali tropicali rispecchia al massimo l’impegno e la consapevolezza etica di cui Lush si fa promoter. Come è possibile leggere dal sito, i prodotti sono 100% vegetariani non testati sugli animali e con ingredienti greenfriendly: ogni articolo, nel sito come in negozio, oltre a presentare una fantasiosa e accattivante descrizione, è affiancato dall’INCI in cui sono evidenziati prodotti davvero naturali e specificati quelli che, pur trattandosi di sostanze sintetiche, sono sicure. Per rendere il pianeta ancora più pulito, è fra i primi negozi di cosmetica ad aver introdotto il sistema di “riciclaggio confezione”. Non solo cerca di aggirare la presenza di plastiche con formulazioni solide dei prodotti, ma acquistando emulsioni e cosmetici fluidi, la volta successiva anziché comprare nuovamente contenitori di plastica che danneggiano l’ambiente, sarà possibile riempire quello che già abbiamo.

Come se non bastasse, questo weekend sabato 24 e domenica 25, il negozio si fa promotore di un splendida iniziativa per sostenere il  “Progetto Baobab” tramite l’acquisto crema per mani e corpo Charity Pot nei punti vendita di via del Corso e quello di Roma Trevi.
 






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Mi sono persa molto. // Dietland


Tutto ebbe inizio con Adamo ed Eva: una è concava, l’altro è convesso. Il convesso si comporta da convesso _uccide, accende i fuochi e via dicendo_ mentre la concava fondamentalmente socializza e comunica. Ah, e genera letteralmente persone.
Entrambi possiedono doti essenziali: hanno bisogno l’uno dell’altra.
C‘è da dire che alcune persone nascono concave ma con parti convesse o viceversa o senza nessuna di queste  parti in una gamma di splendidi colori e… ma sta diventando complicato. Diciamo solo che convessi equivale a “quelli che hanno il potere”, okay? Perché, come disse Maslow, dopo l’aria, il cibo e l’acqua la sicurezza è determinante, perciò la forza bruta si è rivelata essenziale per la sopravvivenza umana e per anni e anni abbiamo celebrato i convessi: lunga vita ai convessi! Finché qualcuno non inventò le macchine. Le macchine facevano molte delle cose che prima facevano i convessi, compreso uccidere le persone. Così di punto in bianco il potere del pene non venne più considerato essenziale e incontestabile. La novità non sfuggì alle concave che, a dirla tutta, si erano un po’ stancate di quel gran socializzare. Le concave ora pretendono di più: urlano di volere l’uguaglianza e denunciano tutte le bastardate compiute dai convessi nel corso degli anni. Così succede che alcuni dei convessi peggiori vengano condannati a riflettere sule malefatte compiute confinandoli in cima al loro iceberg personale dotato di tv via cavo e chef a cinque stelle. Che rivincita vero? Pensate che questa punizione produrrà dei cambiamenti duraturi? Ciò che cambia le cose è il potere: dipende da chi lo detenei e da come lo si usa.

***

Tutto ebbe inizio con Adamo ed Eva. Vennero cacciati dal Paradiso e lei se ne prese la colpa: fu costretta a farlo.
La sicurezza era moneta sonante e i convessi ne avevano il monopolio, le concave ingoiarono il rospo e stettero al gioco finché alla fine non ce la fecero più: ne avevano abbastanza di quel mondo e lo distrussero.


Questo il discorso affrontato all’inizio e al termine dell’ottavo episodio di Dietland, una delle serie tv più piacevolmente contorte mai viste. Se tale affermazione può sembrare un ossimoro, guardando emergerà l’essere introspettiva e profonda senza risultare pesante.
Fin dall’inizio la sigla scorre sui disegni di un cartone animato in cui una figura femminile di donna in carne, creata sulle fattezze dell’attrice, inizia la scalata su una montagna di cibo, ma più si avvicina alla cima più perde peso, dimagrisce, deperisce e gradualmente si ingrigisce fino ad arrivare all’immagine di un personaggio malato, con volto scalato e pelle calante.
Un’immagine del genere fa pensare che tutta la serie TV verta su temi quali il binomio magrezza/grassezza o su problemi alimentari di vario tipo. La protagonista è Alicia Kettle conosciuta da tutti come Prugna perché esteriormente tonda e succulenta, grassa, come una prugna.

“Vi sto raccontando queste cose dal futuro, se ancora non lo avete capito. Sono sempre grassa: non è una di quelle storie a lieto fine. Il mio aspetto non è cambiato”


Lavora per una rivista femminile che ha come scopo quello di motivare fantastici giovani donne a diventare fantastiche giovani mogli. Il suo ruolo nella rivista è quello di rispondere alla posta del cuore indirizzata a Kitty Montgomery, volto della rivista e personificazione della donna perfetta con il suo fisico snello e la sua folta chioma rossa. Patologicamente obesa, Prugna segue una terapia di gruppo come supporto alla dieta in vista di un intervento che potrebbe cambiarle radicalmente l’aspetto e di conseguenza, la vita. È convinta che grazie a questo intervento le sue abitudini possano radicalmente cambiare facendola uscire da quella “scatola” in cui si sente intrappolata ora. Se di giorno è attenta al suo schema nutrizionale sgarrando per qualche biscotto, di notte è vittima di incubi in cui viene sovrastata da montagne di cibo che è invitata ad assaggiare da una voce provocante. Anche il suo lavoro inizia a piacerle sempre meno: ammette di non voler scrivere consigli vaghi per conto di qualcuno che non è lei a ragazze tristi che non conosce, ma essere una vera giornalista.


- Quanto tempo hai speso nel tentativo di migliorare il tuo aspetto esteriore?
- Non l’ho mai calcolato
- Le donne in media impiegano quasi un’ora al giorno per prepararsi, un anno nell’arco della vita, senza calcolare le diete e il disprezzo di sé
- Lo so ma è così che stanno le cose
- Chi l’ha detto? La Houstin? Houstin Media è parte di una complessa industria che produce insoddisfazione , una macchina dai profitti enormi. Loro ci spingono a pagare per dirci quanto siamo sbagliate e noi comprimo prodotti per migliorarci ma è tutto inutile perché c’è sempre qualcosa che non piace all’occhio del grande fratello che ci osserva e io dico ne ho abbastanza è ora di cambiare gioco.

Così scorre la vita di Prugna, fatta di rabbia repressa e desideri irrealizzabili, fino a quando non si accorge di essere seguita da una sconosciuta che sembra sapere davvero molto di lei e che la introdurrà in un gruppo di recupero nominato Calliope per donne che hanno subito ingiustizie, vittime di malattie o violenze verbali, fisiche, sessuali.
Nel frattempo, però, l’intera società è scossa da una serie di omicidi firmati Jennifer, un gruppo di guerrigliere femministe che organizza attentati punitivi contro figure maschili accusati di aver commesso violenze sulle donne o su personaggi femminili incolpati di aver svilito l’immagine femminile, come la pornodiva Stella Cross.
A causa della svolta che Prugna prova a dare alla sua vita dopo l’esperienza in Calliope che la porta ad aprire un blog in cui esprime le sue idee radicali sulla situazione femminile e il disagio verso il proprio corpo che la maggior parte delle donne ha, verrà accusata di essere una delle criminale di cui è composta Jennifer.

Ho imparato a vivere contando solo su me stessa. Il mio corpo era quella cosa che usavo solo per muovere la testa. Mi sono persa molto.

Al centro del complotto troviamo una Prugna rigenerata a causa di un cambiamento interiore. Nel corso della serie subisce angherie verbali per la sua condizione fisica davanti alla quale si sente piccola e impotente, è vittima di uno stupro, nessuno ha ancora posto fine alle sue mancanze di affetto, eppure la personalità che emerge è quella di una donna forte e sicura di sé.

Credo sia stata Margaret Atwood a dire che la più grande paura delle donne è essere uccise dagli uomini, mentre quella degli uomini è essere derisi. Io le avevo entrambe.




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Tête-à-tette. Indossiamo il seno contro il tumore

Il seno, come abbiamo già visto, è da sempre uno dei simboli rappresentativi delle donne. 

Le più scottanti manifestazioni femministe vedono come forma espressiva di protesta tutto ciò che ha a che fare con tale parte anatomica: dai reggiseno bruciati a quelli sganciati in piazza, tutto ruota intorno al seno. 


Proprio con l'immagine del seno Glimmed nel gennaio del 2017 ha iniziato quel percorso che gli frutterà tanto successo e che porterà l'azienda, nella primavera dell'anno successivo, ad iniziare una collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi.




Il marchio che contraddistingue Glimmed, due seni stilizzati disegnati con due archi all'insù  e un pallino per capezzolo, è stato modificato leggermente inserendo, al posto del pallino, un fiocco, simbolo della prevenzione, mentre tutto il disegno è stato realizzato necessariamente in rosa. Le vendite di tali magliette, essendo una limited edition, non si sarebbero dovute spingere oltre Luglio, ma grazie al successo ottenuto, sarà possibile acquistare i capi fino ad Ottobre.


Rispetto agli altri capi d'abbigliamento del brand, la maglietta per la Fondazione Umberto Veronesi risulta avere un prezzo più accessibile per permettere a tutti, non solo a personaggi del mondo dello spettacolo, di comprarla e, acquistandola, fare del bene investendo nella ricerca. 


Il pezzo arriva in una scatola tutta rosa con scritto in bianco il logo del brand. Al suo interno, oltre alla maglietta, trovate un paio di volantini in cui vengono motivate le ragioni per cui è importante fare le visite per la prevenzione del seno e vengono suggeriti hashtag e tag per condividere sui social scatti con indosso la maglietta, per sensibilizzare anche chi non necessariamente compirà l'acquisto alla prevenzione.




Perchè acquistarla. Ogni maglietta costa 35€, un prezzo facilmente accessibile, e l'intero ricavato verrà devoluto al progetto Pink Is Good per i tumori femminili. In cambio avrete un capo d'abbigliamento alla moda, esteticamente bello e di buona fattura. 

Dato che fare del bene non sottintende necessariamente una ricompensa, allego di seguito il link per le donazioni da cui è possibile selezionare cifra dai 15 euro fino a superare i 100., scegliendo la causale Pink Is Good nel caso della ricerca per i tumori femminili.

Ѐ doveroso ricordare, infine, che ogni anno esistono numerosi eventi per portarci a parlare e a sostenere la prevenzione, come la Race for The Cure che si tiene in diverse città italiane.
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Di quando abbiamo buttato mele d'oro in un bidone. Cinquanta anni dalla Miss America Protest


Articolo scritto per CulturArte


La bellezza è un’idea che è sempre esistita e che si è sempre portata con sé due paradossali assiomi: il fatto che essa sia soggettiva e il fatto che sia possibile asserire, in maniera oggettiva, che una persona possa essere più bella di un’altra.

Il primo caso di elezione per la donna più bella, o semplicemente il primo di cui ho memoria, è rappresentato dall’evento mitologico sul giudizio di Paride.


E tu guarda un po’, tale frivola gara ebbe come conseguenza una guerra.
Tutto ebbe inizio per colpa di Eris, dea della discordia la quale, non essendo stata invitata al banchetto che Zeus aveva disposto per il matrimonio di Peleo e Teti, scagliò sulla tavola imbandita una mela d’oro destinata alla più bella. Ben tre dee pretesero quello che è passato alla storia come pomo della discordia: Era, Atena e Afrodite.  Pronte a pagare qualsiasi prezzo e a mantenere qualsiasi genere di promessa prima, pronte ad inviare ogni sorta di punizione poi qualora non avessero vinto il titolo di più bella fra le dee.
Gli anni passano, il mito diventa storia e nascono i primi concorsi di bellezza come li conosciamo noi oggi. Ad anticipare il concorso di Miss Italia, che vede ufficialmente la vita per la prima volta nel 1946, è Miss America, nata nel 1921, che offre borse di studio come premio per la prima classificata.
Come era possibile che in un secolo così travagliato per la vita delle donne che ancora soffrivano della mancanza di diritti politici, sociali, morali e che vedevano la loro libertà ancora repressa qualcuno avesse pensato di crear loro dei concorsi di bellezza?
Con slogan che denunciano lo sfruttamento dell’immagine femminile voluta dai maschi, il 7 settembre del 1968 ad Atlantic City viene contestato il concorso annuale statunitense  da un gruppo di giovani attiviste conosciuto come New York Radical Women, fra cui Robin Morgan.


La marcia, che passerà alla storia con il nome di Miss America Protest, vide sfilare circa 400 donne che, a poco a poco, buttavano in un bidone detto Freedom Trash Can gli “strumenti di tortura femminile” come pentole, moci, stracci, bigodini, ciglia finte, tacchi alti, guaine, corsetti e reggiseni. Leggenda vuole, sebbene l’evento non sia mai accaduto poiché dichiarato pericoloso dalla polizia, che il contenuto di tali bidoni sia stato bruciato a causa di un articolo pubblicato in un giornale locale. Un gesto del genere designava un’analogia fra la protesta femminista e i manifestanti contro la guerra del Vietnam, iniziata ormai più di dieci anni prima, che bruciavano le loro carte da disegno. Il parallelismo piacque ad alcune attiviste tanto che nel decennio successivo si potrà parlare di mitizzazione del bra- burning, non solo nei cortei ma anche nei college. Questo non fu l’unico punto che accomuna la protesta femminista e quella del Vietnam. Nel corso dell’anno precedente, infatti, la vincitrice del titolo fu spedita con la troupe per la prima volta  in Vietnam, sancendo così la militarizzazione della gara. Il viaggio fu giustificato per lo scopo da raggiungere _ l’intrattenimento dei soldati ed il sostegno alle truppe_ ma il vero fine agli occhi delle femministe furono i  discorsi di incoraggiamento ai figli, ai padri, ai mariti e ai fidanzati per fare in modo che potessero morire e uccidere con uno spirito meno negativo.  Non vi è bisogno alcuno di spiegare, invece, come l’immagine della reginetta di bellezza americana sarebbe stato utilizzato, subito dopo la vittoria, come sponsor di prodotti della stessa natura di quelli buttati nei Freedom Trash Can.

Numerosi gli opuscoli scritti e distribuiti in cui venivano messi nero su bianco concetti che già da troppo tempo erano evidenti nella società, non soltanto statunitense. Il fatto che i maschi, fin dalla più giovane età, fossero spinti a compiere azioni, mentre le femmine fossero limitate a vivere nel mondo delle apparenze è lampante tanto quanto deplorevole: ogni ragazzo poteva aspirare a diventare Presidente degli Stati Uniti, ogni ragazza a vincere Miss America, come se le due cariche fossero di pari valore.
Le dimostranti  si erano schierati contro il concorso per le ragioni più disparate. Dai criteri di valutazione di standard impossibili da raggiungere per vincere il titolo, al fatto che nessuna fra le prime classificate fosse appartenente ad un’etnia diversa da quella caucasica, per non parlare del fatto che tale rassegna non faceva altro che acuire quella che la Morgan definì “ l’imbattibile combinazione Madonna- Puttana” che tanto aveva fruttato a riviste come Playboy riassumibile nell’idea di bellezza innocente e allo stesso tempo abbastanza seducente da poter soddisfare la loro lussuria.

Per ogni determinato problema i manifestanti trovarono una soluzione: dall’elezione di un concorso parallelo chiamato Miss Black America  da parte di coloro che manifestavano contro il razzismo del concorso, all’elezione di una pecora come Miss America da parte di chi si schierava deliberatamente contro il concetto all’origine della rassegna, l’idea base che spinge tale spettacolo ad esistere, paragonando l’evento ad un’asta di bestiame.

Perché affannarsi tanto, quindi, per essere belle? Perché premiare la bellezza esteriore, effimera e priva di sostanza, con borse di studio utili e desiderabili da chiunque, base sicura per una vita tranquilla?

Meno famosa delle sorelle, Anne Brontë ci tramanda la sua idea sulla bellezza, adesso sta ad ognuno di noi riflettere sulla sua importanza.
È stupido desiderare la bellezza. Le persone di buon senso non la desiderano mai per se stesse o si curano che vi sia negli altri. Se la mente sarà ben coltivata, e il cuore ben disposto, nessuno si interesserà mai dell’aspetto esteriore.




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E tra le rose lentamente risalire

La verità è che mi dispiacerebbe cancellare tutto, come se non fosse mai esistito. Le prime avventure con i bambini del centro estivo, i pareri all’acqua di rose gettati al vento nel turbinio del blog sui libri che leggevo. Le mostre che ho visitato con tanto di fotografie scattate ( male) con il cellulare del momento, le scelte sbagliate e le opinioni su cui adesso non converrei più. Non nascondo, però, che sarebbe allettante ricominciare dal nulla.

“Preferirei ricominciare
piano piano dalla base
e tra le rose lentamente risalire”

come diceva Silvestri in quello che forse è stato il suo successo maggiormente fittizio.

Quando ho iniziato a scrivere nel mio primo blog avevo qualcosa meno di sedici anni e stavo uscendo da una delle fasi più oscure della mia vita: scappavo da me stessa, dal mio giudizio e da quello degli altri su di me, sul mio carattere, sulla mia persona. Dopo un po’ decisi di abbandonare tutto, per poi riprendere, trasferendo alcuni post di cui ero particolarmente orgogliosa, in un nuovo blog: così è nato Bea with coffee.

I sedici anni, ormai, erano stati compiuti, ma poco cambiava in me. Ero soltanto consapevole di essere alla ricerca di qualcosa.
Oggi di anni ne ho 22 e, come è forse giusto che sia, quel fatidico qualcosa ancora mi sfugge, ma se avessi fatto anche solo un passo nella strada corretta da percorrere per raggiungerlo, sarei soddisfatta.

Pensare che questo blog sia vivo da così tanti anni e che io l’abbia nutrito così sporadicamente, un pochino mi demoralizza. Io però non mi arrendo mai ed ho pensato fosse giusto ricominciare da capo. Mettere un punto. Un nuovo inizio fra le cose vecchie.
Non eliminerò i vecchi post, dai contenuti talvolta frivoli e dalle fattezze, spesso, di un diario personale, ma farò in modo che l’occhio esterno possa non vederli. Quando avrò voglia, se ne avrò voglia, oltre a rileggerli potrò postarveli qua e là, ma per ora li tengo come ciò che sono: segni, appunti, pagine di un diario mai scritto che mi ha seguito in uno dei periodi più carichi di cambiamenti della mia vita.









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Immaginatevi Picasso con Picasso Images

Conosciuto per le sue opere pittoriche, prima fra tutti Guernica, non tutti conoscono gli aspetti della vita privata di Pablo Picasso.




Fino al 19 Febbraio, all'Ara Pacis, è possibile entrare nel mondo del genio novecentesco, fra amori, passioni e interessi, per scoprire, attraverso l'obbiettivo di numerose macchine fotografiche, cosa si nascondesse nella sua vita dietro ai pennelli, in un percorso che vede esposti, oltre alle fotografie, anche sculture, disegni e bozze.


Nato nel 1881, a diciannove anni prepara la prima esposizione a Parigi, città in cui si stabilizzerà quattro anni dopo.
 La sua smania di apparire lo porta, fin dal secondo soggiorno nella capitale francese nel 1901, a farsi ritrarre in numerose foto per mostrare il suo status e la sua stessa anima.

Inizia a posare, con una certa frequenza a partire dal primo dopoguerra, per famose riviste e per fotografi come Robert Capa, Bill Brandt, David Douglas Duncan, Roberto Otero e Brassaï che dedicherà maggior spazio allo studio dell'artista e alle sue opere scultoree. Picasso stesso si improvviserà fotografo di paesaggi spagnoli e di scene con i suoi amici nell'atelier parigino. 

In vacanza al mare, nello studio, nell'atelier: il pittore scatta in ogni luogo e in ogni luogo diviene soggetto di altre fotografie.

In ognuna, però, si contraddistingue per la sua esuberanza: dalle foto a torso nudo a quelle in cui mostra il suo interesse per la tauromachia. 
Lungo il percorso visivo della mostra, infatti, il toro risulta essere un simbolo ricorrente come si può notare anche dai numerosi scatti in cui l'artista ne tiene fra le mani, quasi giocandoci, un cranio.

Più volte, inoltre, viene raffigurato attraverso uno specchio quasi come volesse sottolineare l'irrealtà e l'illusione delle sue opere e della sua stessa persona, allontanarsi e porre un confine netto fra il genio Picasso e tutti gli altri uomini.






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Ella fu. Ma è ancora oggi. Ed è cambiata

Appena uscito il numero di Novembre di CulturArte, io sono già qui a condividere con voi la mia parte di articolo ( ho deciso di non pubblicare sul blog la seconda parte, più particolareggiata, perchè non è opera mia)! 

Potete comunque leggere la versione integrale a quattro mani dell'articolo trovando il giornale cartaceo in giro nei vari dipartimenti se frequentate anche voi l'Università di Roma Tre, altrimenti presto potrete leggere questo e gli altri articoli ( arte, politica, sport, musica) grazie alla versione online! 

Per avere ulteriori informazioni sull'iniziativa potete cliccare qui

Nell'articolo che segue descrivo uno dei musei che amo di più, quello di Roma in Trastevere. Pochi giorni fa ho, invece, descritto le mostre che sta ospitando fino a metà di questo mese, quella fotografica sulle periferie romane e quella pittorica di Valeriano Ciai.




Scorci romani dal 1880 ad oggi

Ci passiamo ogni fine settimana per mangiare pizze dai gusti sfiziosi o farci una bevuta in compagnia, ma pochi sanno che nel cuore di Trastevere, a pochi passi dalla chiesa di Santa Maria in Trastevere, in piazza Sant’Egidio, è presente il Museo di Roma in Trastevere. Questo piccolo spazio dedicato all’arte e poco conosciuto, oltre ad ospitare numerose mostre fotografiche e non, conserva uno spaccato romano vivido e pittoresco.

Inoltre, essendo uno dei Musei in Comune, ovvero facendo parte del sistema museale romano, oltre ad essere sede di proposte didattiche e educative, offre ai cittadini residenti a Roma la possibilità di visita gratuita la prima domenica di ogni mese  e in altre particolari occasioni dell’anno.

La struttura, un piccolo edificio rosso mattone con un cortile esterno illuminato dal verde di un prato, al suo interno comprende la cosiddetta Stanza di Trilussa, nella quale sono conservati alcuni degli oggetti personali del grande poeta romano.

Il percorso nella collezione permanente del museo, che si apre con la collezione di acquerelli di Ettore Roesler Franz ed è intervallato da scene tipiche romane ( l’osteria, la farmacia) riprodotte con fantocci ad altezza naturale, si conclude con una cartina che riproduce la città a metà Ottocento e uno schermo touch screen dal quale è possibile confrontare le opere del pittore dalle origini tedesche con fotografie scattate nello stesso periodo storico e nelle stesse zone: un breve viaggio virtuale per scoprire come era la nostra città attraverso gli occhi di un artista, ma anche attraverso una lente fotografica.


Molti dei soggetti dipinti e raffigurati, però, sono presenti ancora oggi nonostante siano cambiati, erosi dal tempo e dalla storia.
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Diamo vita ai ricordi!

Piccole foto per grandi momenti...




Dare vita ai proprio ricordi è così semplice. Basta un click e tramonti, selfie, bagni al mare, scorci cittadini e espressioni divertenti e divertite restano salvate nella nostra memoria e in quella dei nostri smartphone.



Eppure esiste un modo ancora migliore per non lasciare che gli attimi che viviamo possano cadere nel dimenticatoio. Uno di questi è affidarsi a Cheerz.

Che sia tramite il sito o tramite l'applicazione ( disponibile sia per IOS che per Android), Cheerz si occupa di stampare le foto che vengono inviate nella modalità che più ci piace, dai fotolibri alle calamite, dai segnalibri alle polaroid. Ed è proprio in stile polaroid che ho deciso di far stampare le mie foto, venticinque in tutto, bellissime e nitide, ad esclusione di una che raffigura la macchinetta del caffè dall'alto e che già una volta eseguito l'upload delle foto, prima di far partire l'ordine, risultava con una risoluzione non abbastanza adeguata per la perfezione.

Perfezione che, invece, si manifesta nelle altre: colori brillanti e chiari per attimi felici e luminosi.



Le foto, arrivate come previsto fra il 2 e il 4 Novembre, sono giunte in un pacchettino azzurro con piccoli loghi di Cheerz ripetuti più volte sovrastati da una piccola specie di etichetta ( mi viene da pensare che possa essere anche una fantastica idea regalo!) all'interno del quale, oltre alle 25 stampe formato polaroid, vi erano anche altre due stampe ( una raccoglieva in una dolcissima composizione a forma di cuore tutti i soggetti stampati, mentre l'altra contiene il codice promo di cui vi parlerò fra qualche riga), due quadratini di cartoncino con delle immagini in cui vengono consigliati un paio di account di Instagram e un terzo quadratino sul quale l'azienda mi ha ringraziato per la collaborazione.


Se ami le polaroid...
Amerai anche Cheerz


A parte la fantastica composizione suggeritami dal sito, le stampe in stile polaroid possono essere utilizzate come tocco vintage su nuovi album di foto o come panni stesi nel mio caso: ogni volta che mi troverò alla scrivania ad organizzare giornate piene di impegni o studio intenso, basterà ripensare ai bei momenti trascorsi e incastonati in quelle cornici bianche per farmi tornare il sorriso! 

Se sei curioso e vuoi provare anche tu a stampare le tue foto con Cheerz, ti consiglio ti inserire il codice BEATOS per avere 5€ di sconto sul tuo primo acquisto ( con un ordine di almeno 10€)!

NB: Naturalmente la macchina fotografica polaroid presente nelle foto è un oggetto che prescinde dal trattamento e dal servizio di Cheerz: è una vecchia reliquia di famiglia! 


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